Egemonia culturale della sinistra al rogo? A Bologna i pompieri sono già all’opera

Egemonia culturale della sinistra al rogo? A Bologna i pompieri sono già all’opera

autore: 
Giorgio Colomba (Giornalista)

“Tredici aprile duemilaotto: crollo del muro di Berlino; spartiacque politico; autodafè della sinistra”. Tutto vero. A parte l’Emilia rossa, però. Segnatamente la turrita, mia Bologna, dove il solo Piddì ha ottenuto lo stesso risultato raggiunto nel 2006 dalla somma delle forze che lo compongono, ossia il 50 per cento dei voti. Attendersi ripercussioni per l’egemonia culturale della sinistra in un territorio dove come e forse più di prima impera un’ultrasessantennale supremazia politico-istituzionale, fa molto wishful thinking. Purtroppo, aggiungo.
Bologna la “dotta”, già inarrivabile modello della capacità dimostrata dal PCI locale di contemperarsi al ceto medio e massimo paradigma della via italiana al "sol dell’avvenire". Urbe dove la sinistra, “sistema tolemaico capace di persuadere che la terra è piatta, se può tornarle conto”, l’enorme importanza spettante al monopolio della cultura - ma in questo caso sarebbe meglio parlare di ‘culturalismo’ – l’ha capita da sempre, egemonizzandone ogni espressione al fine unico di recuperare e gestire il consenso. Una città dallo sviluppo esclusivamente di facciata - stile tardo impero, lo ha definito qualcuno - che ha trascinato per troppo tempo i bolognesi nella "peggiore schiavitù che possa esistere, quella che si ignora"(Silone).
Bologna laboratorio politico-culturale delle più ardite ed al tempo stesso retrive sperimentazioni ideologiche, regno di politicanti negatori del progresso in nome del progressismo, sempre attivi nel cambiare tutto, affinché nulla cambi. Del sommovimento elettorale che nel resto d’Italia ha rincantucciato le sinistre nelle retrovie, però, qui s’è avvertita solo un’eco indistinta. Viatico non proprio esaltante per le prossime Amministrative del 2008. In vista delle quali, per scalzare le giunte rosse dal loro più che mezzosecolare trono, la priorità sarà dissolvere l’ancora radicata, intima commistione tra gauche locale e mondo economico-finanziario, cioè quella realtà consociativa sui generis che è il vero collettore da cui la sinistra ha sempre mutuato i maggiori consensi. Ma un’altra cosa potrà davvero essere dirimente: perseguire una profonda metamorfosi nella cultura cittadina, ripristinando il rapporto oggi sfilacciato tra principio di autorità ed etica della responsabilità, sottraendo così alla sistematica e strumentale tutela della sinistra l'istruzione e la formazione dei nostri giovani, nella consapevolezza che chi controlla i primari bisogni delle future generazioni controlla tutto. E se condizionare il futuro educativo di una generazione, significa condizionare il futuro dello Stato, figuriamoci di una città che non è ancora solo “sazia e disperata”, per usare antiche però attualissime parole dell’emerito cardinale Biffi, ma anche, secondo la recente definizione del vicario Vecchi, “insipida”.
Ad majora, dunque, sperando che i bagliori di qualche culturalmente catartico rogo possano finalmente intravedersi anche in quella che fu l’antica, docente Bononia. http://www.giorgiocolomba.it/