Egemonia culturale della sinistra al rogo? A Bologna i pompieri sono già all’opera
“Tredici aprile duemilaotto: crollo del muro di Berlino; spartiacque
politico; autodafè della sinistra”. Tutto vero. A parte l’Emilia rossa, però.
Segnatamente la turrita, mia Bologna, dove il solo Piddì ha ottenuto lo stesso
risultato raggiunto nel 2006 dalla somma delle forze che lo compongono, ossia il
50 per cento dei voti. Attendersi ripercussioni per l’egemonia culturale della
sinistra in un territorio dove come e forse più di prima impera
un’ultrasessantennale supremazia politico-istituzionale, fa molto wishful
thinking. Purtroppo, aggiungo.
Bologna la “dotta”, già inarrivabile modello
della capacità dimostrata dal PCI locale di contemperarsi al ceto medio e
massimo paradigma della via italiana al "sol dell’avvenire". Urbe dove la
sinistra, “sistema tolemaico capace di persuadere che la terra è piatta, se può
tornarle conto”, l’enorme importanza spettante al monopolio della cultura - ma
in questo caso sarebbe meglio parlare di ‘culturalismo’ – l’ha capita da sempre,
egemonizzandone ogni espressione al fine unico di recuperare e gestire il
consenso. Una città dallo sviluppo esclusivamente di facciata - stile tardo
impero, lo ha definito qualcuno - che ha trascinato per troppo tempo i bolognesi
nella "peggiore schiavitù che possa esistere, quella che si
ignora"(Silone).
Bologna laboratorio politico-culturale delle più ardite ed
al tempo stesso retrive sperimentazioni ideologiche, regno di politicanti
negatori del progresso in nome del progressismo, sempre attivi nel cambiare
tutto, affinché nulla cambi. Del sommovimento elettorale che nel resto d’Italia
ha rincantucciato le sinistre nelle retrovie, però, qui s’è avvertita solo
un’eco indistinta. Viatico non proprio esaltante per le prossime Amministrative
del 2008. In vista delle quali, per scalzare le giunte rosse dal loro più che
mezzosecolare trono, la priorità sarà dissolvere l’ancora radicata, intima
commistione tra gauche locale e mondo economico-finanziario, cioè quella realtà
consociativa sui generis che è il vero collettore da cui la sinistra ha sempre
mutuato i maggiori consensi. Ma un’altra cosa potrà davvero essere dirimente:
perseguire una profonda metamorfosi nella cultura cittadina, ripristinando il
rapporto oggi sfilacciato tra principio di autorità ed etica della
responsabilità, sottraendo così alla sistematica e strumentale tutela della
sinistra l'istruzione e la formazione dei nostri giovani, nella consapevolezza
che chi controlla i primari bisogni delle future generazioni controlla tutto. E
se condizionare il futuro educativo di una generazione, significa condizionare
il futuro dello Stato, figuriamoci di una città che non è ancora solo “sazia e
disperata”, per usare antiche però attualissime parole dell’emerito cardinale
Biffi, ma anche, secondo la recente definizione del vicario Vecchi,
“insipida”.
Ad majora, dunque, sperando che i bagliori di qualche
culturalmente catartico rogo possano finalmente intravedersi anche in quella che
fu l’antica, docente Bononia. http://www.giorgiocolomba.it/